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Giocare da Leggenda: Rasheed Wallace

Giocare da Leggenda: Rasheed Wallace

Rasheed,”The Sheed”..

 

“C’è una regalità, una bellezza, una forza in quell’uomo fuori dal comune. Certo, ci sono due problemini psichici… e chi non ne ha?”

 

Raheed “The Sheed” Abdul Wallace nasce nelle note streets of Philadelphia il 17 settembre 1974. Phila, città dell’amore fraterno e delle periferie poco raccomandabili. Se nasci a Phila la lotta per la sopravvivenza è dura. Ma è anche naturale avere nel sangue un po’ di talento che ti scorre. Per conferma citofonare a casa Bryant e Chamberlain.

C’è da dire che è anche la città di Rocky Balboa. E forse anche questo ha influenzato il giovane Rasheed. Il figlio di donna Jackie, lanciatrice di giavellotto, si distingue sin da subito per avere qualcosa di speciale. E non ci riferiamo solo alla caratteristica chiazza bionda su quei capelli nerissimo. Viene iscritto alla high school della Simon Gratz dalla madre, che si premura  di chiarire due cosette col coach di basket della scuola: Signor Ellerbee, buongiorno. Sa, sono la mamma di Rasheed Abdul Wallace… mio figlio è veramente bravo, dovrebbe farlo giocare, però mi raccomando: lo prenda a schiaffi. Ci saranno occasioni per farlo, glielo assicuro. Gli farà bene.”  Nella sua stagione segna 17.5 punti di media insieme a 17.7 rimbalzi (diciassette!!) a partita. Niente male.

Rasheed è un giocatore tuttofare. Può fare davvero di tutto. Conosce il gioco in entrambe le metà campo, è uno studente del gioco: è questo che lo rende migliore di altri giocatori della sua stessa altezza.

Bill Ellerbee aveva già capito che, con il suo talento e la profonda conoscenza del gioco, sarebbe stato destinato a scrivere una pagina importante della storia di questo sport. Per questo, ha sempre parlato di lui alla stampa locale e nazionale come un giocatore intelligente.

 

College

Diventa importante la scelta del college.

Al momento di scegliere l’università in cui giocare Sheed riceve proposte da ogni angolo d’America e in tutto questo la madre sarà protagonista, aiutando il figlio a scegliere la University of North Carolina. Per intenderci, la stessa del 23 che era solito tirare fuori la lingua.

È alla UNC che comincia la sua avventura nella NCAA, che durerà due anni. Nel 1995, durante la stagione da sophomore, guida i Tar Heels alle Final Four NCAA insieme al suo compagno di squadra Jarry Stackhouse. In una squadra composta inoltre da  Jeff McInnis ed il nostro Dante Calabria. Le cifre al primo anno dicono  20.9 minuti a partita con 9.5 punti a partita, 6.6 rimbalzi e 1.8 stoppate. Che nella seconda annata diventano 16.6 punti, 8.2 rimbalzi , tira col 63% dal campo e ci prova dalla lunga col 33%.

Già da allora, però, evidenzia una caratteristica che sarà protagonista per tutta la sua carriera: una qualche difficoltà a rapportarsi con arbitri, autorità e compagni di squadra. Come al primo allenamento con i Tar Heels .I due lunghi titolari,campioni in carica, stoppano insieme il rookie, aggiungendo del sano trash talking. Azione successiva. Sheed prende la palla palla nel pitturato, giro dorsale e schiacciata in testa a Salvadori e Montross, con tanto di“Motherfuckers, your job is mine!” Eccolo, Rasheed.

Col basket si, si sapeva rapportare.  Proprio lì, famose le parole di coach Dean Smith che dirà di lui come alcuni suoi precedenti coach: Non siamo noi che alleniamo lui è lui che allena noi, è troppo avanti”. Nonostante tutto non riesce a vincere con i Tar Heels e si rende eleggibile al draft del 1995 dove viene scelto con la quarta chiamata assoluta dai Washington Bullets.

NBA

È l’inizio di un viaggio che lo porterà ad esplorare tutto il mondo NBA in 6 città diverse: Washington, Portland, Atlanta, Detroit, Boston, New York.  Nella capitale le cose non vanno benissimo per la presenza di due stelle del calibro di Chris Webber e Juwan Howard.

Si trasferisce dopo un anno a Portland dove comincia ad imporsi sul campo. Inizia a dimostrare il suo valore in campo e fuori. Partecipava, con pezzi cantati Rap, in un programma radiofonico ideato per lui. Fa parte di una squadra che stupisce tutti, insieme a campioni come Sabonis.

Non riesce a vincere. Si confronta e tiene testa con squadre come gli Spurs di Popovich , Duncan e Robinson o i Lakers di Jaskson, Kobe e Shaq.  Stabilisce altri record, come gli 80 falli tecnici presi tra il 1999 e il 2000.

Detroit Pistons

Nel suo destino ci  sono i Pistons. Dopo aver giocato una sola partita con gli Hawks viene scambiato ai Detroit Pistons. Lì è l’anello di  una delle squadre più organizzate difensivamente e offensivamente degli ultimi 30 anni: i Detroit Pistons di Larry Brown. Con Hamilton, Prince, Big Ben Wallace e Chauncey Billups. E poi McDyess e Hunter. Tutti, fino al fiasco Darko Milicic (scelto alla 2 nel draft di LBJ, Melo, Wade e Bosh!!), sono utili, ed infatti i pistoni vincono il titolo del 2004.

Arrivano alle NBA Finals da sfavoriti contro i Lakers del quartetto  O’Neal, Bryant, Malone e Payton, con coach Phil Jackson. In una delle maggiori sorprese storia della NBA, i Pistons vincono il titolo per 4-1 e portano ila titolo nella città dei Motori.

Nel 2005 perde una finale combattuta con gli Spurs anche per un suo errore su una rimessa in gara5. Raddoppia Ginobili sulla rimessa e lascia Horry tutto solo per la tripla della vittoria.

 

Celtics, pausa e poi Knicks

Nel 2009 passa ai Celtics dove rischia di vincere per la seconda volte l’anello, ma sbatte contro i Lakers di un immenso Kobe Bryant.  Il 25 giugno succede però una cosa inaspettata: dopo il primo dei 3 anni di contratto con i Boston Celtics, Wallace si ritira,troppo forte la delusione. La dirigenza prova a convincere il 36 di tornare, ma niente. Ah, si prende i due anni di stipendio stando a casa in pantofole. “Ehi Rasheed, mi hai stancato: tutto il giorno in giro per casa, nel divano, nel letto, senza fare proprio un cazzo! E’ ora che tu torni a fare qualcosa…” “Tu dici?” Queste le parole di sua moglie.

Grazie anche all’amicizia con Mike Woodson, coach dei New York Knicks, Wallace decide che è tempo di tornare a deliziarci con la sua classe ed eleganza. Ma anche con le sue lezioni di vita. Nel 2012/2013 i Knicks gli danno una possibilità, anche lì non è però andata esattamente come i tifosi speravano. Qui però Rasheed scrive un pezzo di storia del basket a modo suo. Più genuino possibile. In una partita di regular season contro i Phoienix Suns si “lascia scappare” una frase che lo identificherà per sempre.

“Ball don’t lie” è un modo di esprimere l’essenza della pallacanestro. Di ciò che significa. Che alla fine decide la palla.

“Ball don’t lie” perchè gli arbitri, il sistema, i GM possono mentire, ma la palla a spicchi mai.

Ce ne sarebbero tante da raccontare per una leggenda come “il numero 36 dei Pistons”. “I’m a shotter not a shooter”,voi tirate, io la metto. Oppure “Gamers don’t play golf”, i giocatori di basket non praticano il golf.

Per chi ama questo gioco è stato un esempio di come i bad boys nel mondo dello sport esistono davvero.

E’ pur vero che in certi momenti è stato scorretto e difficile da gestire. Ma è impossibile negare la regalità di un giocatore che conosceva a pieno e a fondo ogni minimo dettaglio del gioco. Dal punto di vista della pallacanestro ha avuto un carisma e una versatilità totale difficilmente replicabile.

Rasheed Wallace: love and hate.

Un ragazzo di 2 metri e 13 che ha sempre creduto in qualche modo alla giustizia divina, a un karma sportivo, secondo la quale la “palla” non mente e prima poi ti torna quello che ti meriti. Concetto entrato di diritto nella storia del gioco, che tutti gli appassionati riconoscono. Ripercorrere la sua storia non è cosa facile. Un comune giocatore inizia la carriera, vince si ritira, può diventare un campione oppure no. Troppo facile. No, non fa per lui una storia comune…

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Pino, editore classe 1993 per LivinplayNews. Studente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Management per l’Impresa, ha approfondito le sue conoscenze in materia sportiva con Sports Management. È da sempre appassionato di sport, in particolare alla gestione delle società calcistiche e ai loro business.

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