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Eurobasket 2017: la vittoria del destino

Eurobasket 2017: la vittoria del destino

Si è concluso Eurobasket 2017: trionfa la Slovenia.

Una vittoria sicuramente poco quotata all’inizio della competizione continentale. Ma annunciata dal destino.

Il destino, proprio lui. Che ha impedito a Luka Doncic, El Nino Maravilla del Real Madrid, di giocare l’ultimo e decisivo quarto. In questa competizione, il classe 1999 sloveno ha mostrato al mondo tutto il suo talento, consacrandosi quasi definitivamente a livello continentale. A 18 anni già 2 campionati spagnoli, 2 coppe del Re, 1 coppa intercontinentale e 1 titolo Europeo. E tra un anno si vola dall’altra parte dell’Oceano. Probabilmente da prima scelta. La seconda europea dopo il nostro Andrea Bargnani.

E poi Goran Dragic, MVP della manifestazione. Classe e talento al servizio della squadra. Vero leader in campo e fuori. Il playmaker degli Heat è stato il vero trascinatore della compagine slovena. Grazie ad una prestazione super con 35 punti (di cui 26 nel solo primo tempo, 20 nel secondo quarto!!!) è risultato decisivo anche contro la Serbia. Poi l’uscita per crampi nel finale. Ma il destino era già scritto. E nonostante la Serbia fosse rientrata in partita, i ragazzi di Kokoskov (serbo!!) hanno fatto affidamento sui 21 punti di un Prepelic in stato di grazia, sulla solidità di Vidmar e sulla versatilità di Randolph (sloveno per scelta).

Menzione speciale per la Serbia di coach Djordjevic, che nonostante le tantissime assenze (su tutte Teodosic e Bjelica) è riuscita ad arrivare in fondo e a giocarsela fino all’ultimo minuto. Ma contro il destino non c’è nulla da fare. Non era dello stesso avviso Bogdan Bogdanovic, che ha chiuso alla fine con 22 punti.

Le due compagini slave sono state la massima espressione del basket europeo. Quell’ex-Jugoslavia in cui la cultura cestistica è fortemente radicata. In cui i fondamentali sono tra i più importanti valori della vita per una persona. Dove i ragazzini spendono più tempo in palestra che al parco con gli amici. E se vanno al parco è solo perché anche lì c’è un canestro. Una cultura della pallacanestro che va oltre. Fatta di maestri e tradizione.

Negli ultimi tempi è venuto fuori un dibattito molto interessante: ma la ex Jugoslavia riunita riuscirebbe a battere Team USA?

Mi piacerebbe saper rispondere a questa domanda. Sarebbe fantastico poter vedere una partita con un alto livello di agonismo fra le due squadre. Vorrei comunque dare una mia personalissima opinione. Da semplice appassionato del gioco.

Credo che sarebbe uno scontro tra due modi diversi, ma allo stesso tempo simili, di approcciare alla pallacanestro. Le similitudini risiedono nel preparare e formare i giovani sui principi fondamentali della pallacanestro. Da un lato c’è il talento che ti impressiona. Quella potenza fisica e atletica di cui gli americani sono la massima espressione. E non a caso sono i più forti del mondo.
Dall’altro lato c’è, però, la bellezza e purezza della pallacanestro. Fatta di fondamentali, di ore passate in palestra. Di durissimi allenamenti e infinite sessioni di tiro già dal mattino. Esempio tipico Dejan Bodiroga, uno che a 40 anni ti batteva sui fondamentali. Ma ci sarebbero da citare altri innumerevoli esempi (scusa Drazen…).

Una cultura fatta di profonda conoscenza del gioco. Ed è proprio in loro la massima espressione del basket europeo. In quelli slavi che con il talento ci nascono, ma poi lo costruiscono in palestra.

Ultima parentesi per Juan Carlos Navarro, la leggenda del Barcelona. Lascia la nazionale spagnola dopo 2 Argenti e 1 Bronzo Olimpici, 1 Oro Mondiale, 2 Ori, 2 Argenti e 2 Bronzi Europei. Mica male. Grazie di tutto La Bomba.

Marco Pino, editore classe 1993 per LivinplayNews. Studente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Management per l’Impresa, ha approfondito le sue conoscenze in materia sportiva con Sports Management. È da sempre appassionato di sport, in particolare alla gestione delle società calcistiche e ai loro business.

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