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IpocrITALIA: ipocrisia all’italiana

IpocrITALIA: ipocrisia all’italiana

La solita ipocrisia all’italiana. Il solito polverone tirato su solo per circostanza o falso moralismo.

Ma d’altronde si sa, siamo il Paese dei minuti di silenzio di contingenza e del non rispetto del prossimo. Diseducati dalla finta e falsa informazione e abbindolati dalla direzione in cui soffia il vento.

Negli ultimi 15 giorni abbiamo potuto assistere a non uno, ma ben due episodi di finto e insincero buonismo. A cavallo del Capodanno. Nel momento in cui tutti diventiamo, improvvisamente, più buoni. Ma anche più commedianti.

E partendo con i finti “Auguri di Natale e buon anno a te e famiglia” abbiamo seguito la scia dell’ipocrisia. Dal siamo tutti Koulibaly fino al rispetto per le donne.

Siamo tutti Koulibaly

E’ vero. Siamo tutti Kalidou Koulibaly. Quando vogliamo però, e non ogni giorno. Siamo Koulibaly quando questo viene preso di mira dai “Buu” razzisti di quattro deficienti. E così via ai messaggi di solidarietà e vicinanza.

Premessa fondamentale: quello che è successo a San Siro è da condannare senza mezzi termini. Ma quante altre volte non ci siamo scandalizzati per situazioni simili o addirittura peggiori? Non basta andare troppo lontano.

Il giorno dopo Inter-Napoli “siamo tutti Koulibaly”, mentre qualche giorno dopo essere tutti Meitè o N’Koulou ci viene terribilmente più pesante. Ma di certo, mediaticamente, non conviene essere Meitè-N’Koulou. Oltre che per la strana assonanza dei cognomi. Che rispecchia esattamente quello che abbiamo fatto ai giocatori del Torino. A differenza di Koulibaly.

Ma spontanea sorge una domanda: se il difensore senegalese in questo momento si trovasse in mare aperto da 16 giorni, saremmo pronti a essere di nuovo “tutti Koulibaly”?

Ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Alla fine, sentire uscire dalla bocca di qualcuno, parole di difesa nei confronti di un calciatore del Napoli e, per giunta, di colore fa anche un po’ sorridere…

Non è uno stadio per donne

Il secondo atto dell’IPOCR-ITALIA si consuma alla notizia relativa alla Supercoppa Italiana. In occasione di JuventusMilan, che si giocherà in Arabia Saudita il 16 gennaio, le donne non saranno ammesse in tutti i settori dello stadio.

La migliore fotografia di questa situazione è opera di Giovanni Malagò. Uomo pensante che non venderebbe la propria libertà di pensiero per qualche like.

Negli ultimi giorni è sorto il problema che le donne non possono entrare in tutti i settori dello stadio di Gedda, ma non dimentichiamoci che fino a poco tempo fa le donne allo stadio non potevano proprio entrare, così come non potevano guidare e tante altre cose che ora invece possono fare.…ricordo anche che il nostro Paese ha tanti accordi commerciali con l’Arabia senza che nessuno lo ritenga scandaloso

Poche parole. Incisive e calzanti. Che racchiudono il senso di vergogna e ipocrisia che dovrebbe albeggiare in tutti noi.

Il libero mercato implica che il prodotto calcio venga venduto al miglior offerente. E ci scandalizziamo per un qualcosa che era appurato già nel momento in cui l’accordo per disputare la Supercoppa a Gedda fu siglato. Nel luglio 2018. Esattamente un mese dopo la caduta del divieto di guida per le donne saudite. Ma per quello nessuno si scandalizzava.

Finti perbenisti

E non ci fu alcuna lamentela o scalpore quando la stessa competizione fu giocata a Doha, in Qatar, nel 2014 e nel 2016. Proprio quel Qatar in cui si giocheranno i prossimi Mondiali, e in cui le donne non godono di una considerazione certamente maggiore.

Ma lì c’è da giocarsi un Mondiale. E se mai ci andremo nessuno proporrebbe mai di disertare la massima competizione calcistica per difendere i diritti delle donne.

Perché siamo ipocriti e bigotti. E sempre pronti a urlare “negro di merda” a un ragazzo di colore per strada o definire “puttana” la ragazza col décolleté in vista.

Perché “E’ una vergogna giocare in un Paese irrispettoso e retrogrado” questa Supercoppa. Ma, se realmente questo fosse il presupposto, questa partita non avremmo potuto disputarla neanche in Italia. Perché non siamo tutti Koulibaly o donne arabe. Siamo semplicemente un ammasso di deficienti.

Marco Pino, editore classe 1993 per LivinplayNews. Studente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Management per l’Impresa, ha approfondito le sue conoscenze in materia sportiva con Sports Management. È da sempre appassionato di sport, in particolare alla gestione delle società calcistiche e ai loro business.

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