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Interviste

Ostia-Cento-Messina: My name’s Claudio Cavalieri

Ostia-Cento-Messina: My name’s Claudio Cavalieri

Abbiamo deciso di curiosare sulla vita e sulla carriera di Claudio Cavalieri, cestista professionista degli anni 2000. Il Cavalla ci ha concesso un’esclusiva intervista.

Infanzia: come e quando nasce la passione per il basket? Chi era il tuo idolo da bambino?

“La mia passione per la pallacanestro comincia perché mio padre non mi voleva far giocare a calcio. Venivo da una famiglia di calciatori, mio zio ha anche giocato in Serie A con la Roma di Liedholm, ma appunto mio padre, non piacendogli l’ambiente del calcio, mi ha allontanato da questi, concedendomi comunque la possibilità di giocare a basket.
Il mio idolo è sempre stato Predrag Danilović e ho anche avuto la fortuna di conoscerlo!”

Chi è il coach che ti ha dato di più?

“Un allenatore su tutti mi ha insegnato tanto riguardo il basket. Mi ha insegnato a sapermi comportare dentro e fuori dal campo. Sto parlando di Marco Braccalenti, il quale mi ha trasmesso più l’amore per il gruppo in senso stretto che per questo sport. Mi ha fatto capire che l’unione, il gruppo e il rispetto erano più importanti di mettere la palla nel canestro o di fare un buon terzo tempo. Il tutto dopo essere stato cacciato da una società delle giovanili, dove l’allora coach mi disse che dovevo cambiare disciplina perché non ero in grado.”

Il pubblico al quale sei rimasto più affezionato e perché?

“Le tifoserie alle quali sono rimasto più legato sono due: quella di Cento e quella di Patti. Soprattutto a Cento, il palazzetto strapieno per la finale di Serie A non lo dimenticherò mai. Per me il pubblico di Cento è il numero uno in Italia.”

Come nasce il tuo soprannome “Cavalla”?

“Questo appellativo me lo diede proprio Coach Braccalenti quando ero molto giovane. Per lui attribuire un soprannome a ogni giocatore della squadra ci rendeva più uniti l’uno con l’altro. Ed effettivamente così facendo è riuscito a creare intimità tra noi tutti. Cavalla deriva dal fatto che in campo riuscivo ad essere a tratti devastante e nello stesso tempo ad infiammare il pubblico: proprio come un cavallo pazzo. Devo ammettere che all’inizio non mi piaceva essere chiamato in quel modo, lo vedevo quasi come un handicap; ricordo che tornavo a casa e andavo da mia mamma in lacrime. Poi col tempo, invece, è diventato il mio punto di forza. Ogni volta che avevo una problematica mi rinchiudevo in questo personaggio, creato proprio per farmi fare il salto di qualità.”

Il giocatore più forte che hai incontrato e un divertente aneddoto della tua carriera?

“Ho avuto la fortuna di giocare con tantissimi cestisti, sia nazionali che internazionali. Tra tutti uno con cui ho giocato e che mi ha impressionato è stato Saša Obradović, playmaker e guardia dell’allora Jugoslavia e vicecampione del mondo. I due personaggi che invece mi sono più rimasti nel cuore sono Augusto Binelli, capitano della grande Virtus Bologna, e Daniele Casadei. Ricordo a Carnevale, a Cento, facevamo scherzi divertentissimi. Una volta Gus Binelli staccò i cardini di tutte le porte del palazzetto e tutti coloro che andavano ad aprire queste porte cascavano per terra. Questo è solo uno dei tantissimi episodi che hanno davvero reso magnifici quegli anni.”

Attualità: Ci sono Nazionali che con un solo rappresentante in NBA riescono a raggiungere traguardi a differenza dell’Italia che, pur avendone di più, stenta non poco. Cosa ne pensi?

“L’Italia, in qualunque sport abbia vinto, ha sempre vinto grazie al gruppo e questo ce lo insegna la storia più e meno recente. Avere stelle NBA non è una condizione necessaria per ottenere risultati con la maglia della Nazionale. Eccezione fatta per quei fenomeni che anche da soli riescono a trascinare l’intera squadra, vedi i Nowitzki o i Gasol. Nel ’99 abbiamo vinto gli Europei e il nostro play era Sandrino De Pol, un gran giocatore ma non certamente un top da NBA, che però aveva la voglia di sudare per la maglia dell’Italia. Ecco forse quello che manca oggi nella nostra Nazionale è questa voglia che è oggettivamente, per tanti e vari motivi, venuta meno. Ed è un discorso che potremmo anche estendere ad altri paese, per esempio il Senegal.”

Sei nato a Roma ma sei un siciliano d’adozione, com’è cambiata la tua vita in Sicilia?

“Tengo a precisare che io sono di Ostia, sono romano e morirò romano. Senza dubbio non potrei vivere senza il mare, diciamo che è il mio punto di riferimento. La città di Messina mi ha catturato sia per amore che per la generosità della gente. Amo la Sicilia per il legame che si crea tra le persone, spesso anche senza conoscersi. È una spontaneità bellissima che mi ha stregato sin da subito e mi ha fortemente convinto a vivere qui: mia moglie è messinese, entrambi i miei figli sono nati a Messina ed io mi ci trovo benissimo.”

Perché è così difficile far ripartire il movimento basket a Messina? Che differenza c’è con la vicina realtà di Capo d’Orlando?

“Sono molto dispiaciuto che il basket, come anche gli altri sport, hanno grosse difficoltà a Messina. Il problema, a parer mio, sta nella poca cultura sportiva. Una poca cultura sportiva che non dipende dai ragazzi svogliati, ma dalle istituzioni e dall’assenza di strutture pubbliche che consentirebbero a chiunque di divertirsi praticando sport. Le ville pubbliche messinesi sono impianti obsoleti, impianti fermi a 60 anni fa. E la differenza con Capo d’Orlando sta proprio qui: quante possibilità gratuite concede l’amministrazione pubblica di CdO di far fare sport ai ragazzi? Tante, tantissime. Ma senza andare neanche troppo lontano, anche a San Filippo del Mela, che rispetto a Messina è notevolmente più piccola come zona, ci sono strutture che permettono di giocare liberamente in piazze idonee.”

Voliamo in NBA. Domanda secca e difficilissima: meglio LeBron James o Michael Jordan?

“Michael Jordan. Tutta la vita Michael Jordan. Stiamo parlando di due giocatori stellari. LeBron è un dono di Dio, un alieno, è una forza della natura, una macchina nata e costruita per giocare a basket. Jordan invece ha rivoluzionato la pallacanestro: aveva un fisico normale come lo poteva avere il 99% dei cestisti NBA e ciononostante è diventato il migliore, ha fatto la differenza, è stato un leader vincente. Secondo me era più facile giocare accanto a MJ che era un accentratore, piuttosto che vicino a LeBron. Magari andrò controcorrente, però per me LeBron ha un tipo di gioco troppo solitario, su 48 minuti di gioco tiene la palla in mano per il 95% del tempo, non consentendo così agli altri di far parte praticamente del match.
Quello che secondo me in carriera si è più avvicinato ai livelli di Michael Jordan è Kobe Bryant. Kobe praticamente studiava i movimenti di Jordan e li metteva in atto. Ha preso spunto dal migliore di sempre per ripetere la storia. E ci è andato vicino.”

Hai citato tuo figlio, cosa gli consiglieresti se volesse approcciarsi al mondo della pallacanestro?

“Gli consiglieri di studiare. Solo di studiare. Oggi è imprescindibile la preparazione di studio, ti forma culturalmente, educativamente ed emotivamente. Questa mancanza è un mio grosso rammarico e se potessi tornare indietro ci dedicherei molto più tempo. Ad ogni modo io non potrei mai consigliare a mio figlio di distaccarsi dal mondo dello sport, del basket. Però gli direi che studio e sport sono elementi complementari, entrambi necessari per garantirsi un futuro.”

Futuro: quali sono gli obiettivi di un Cavalieri che tra pochi mesi compirà 40 anni? Continuerai a giocare o ti limiterai ad allenare?

“Ho due grandi fortune. La prima è che il collegio Sant’Ignazio mi ha permesso di realizzarmi per l’uomo che sono, ovvero la condivisione coi bambini, dal fare sport al passarci semplicemente del tempo. Ho inoltre deciso di portare avanti sempre con l’Ignatianum il programma di accoglienza agli immigrati in collaborazione col Centro Ahmed: un esempio è Buba, ragazzo del Gambia giunto qui due anni fa per necessità e che si è ben integrato socialmente tanto con la scuola quanto con il basket. Come lui ci sono altri 34 ragazzi africani che hanno voglia di imparare e ricominciare una nuova vita. Confrontarsi con queste persone, scoprire le loro paure e i loro sogni è una cosa che ti rende sia orgoglioso che più maturo. Adesso Buba, a 18 anni, la mattina va a scuola (fa il primo liceo), il pomeriggio lavora e la sera gioca a basket.
La seconda è quella di aver costituito una società, la Fortitudo Messina, con la mia mentalità, dove al centro del progetto non c’è altro che la crescita sana e la formazione sportiva di un ragazzo. Infine, a 40 anni, l’ultimo campionato me lo farò più che volentieri.”

Mirko Burrascano è il Direttore di Livinplay News. Siciliano del 1992, ha conseguito il Football Master all'Università del Calcio di Roma ed è un tecnico abilitato Uefa B. Vive lo sport, vive di sport, scrive di sport. I suoi hobby? La cucina siciliana e la geografia.

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